L’UNIVERSITÀ DI AVEZZANO NON CONVIENE: RISCHIA LA CHIUSURA. GLI STUDENTI: SI CERCHINO SOLUZIONI ALTERNATIVE.

di Roberta Placida

AVEZZANO – La storia dell’Università affonda le sue radici molto lontano nel tempo, già nell’età classica greca e latina, molto prima, dunque, della “ufficiale” istituzione medievale. Infatti, se si intende l’università come un luogo di insegnamento, confronto, dibattito e apprendimento o come luogo di ricerca filosofica e scientifica o come un’associazione di singoli che assumono la forma giuridica del thiasos, cioè della comunità per il culto religioso, venendo con ciò per certi aspetti ad anticipare la struttura dell’universitas medievale in quanto, appunto, “corporazione”, il primo esempio è l’Accademia platonica Ateniese. In epoca romana, specificatamente nell’età Augustea, la cultura divenne uno dei principali strumenti di propaganda del principe che amava circondarsi di intellettuali, dotti e poeti, tanto da metterli sotto la sua personale protezione costituendo il circolo di Mecenate: se il principato di Augusto è definito come una nuova età dell’oro è anche perché l’imperatore, accanto alla costruzione di nuove opere pubbliche e di infrastrutture per favorire il rilancio dell’economia, tutelava e promuoveva la cultura.

Nel Medioevo nasce l’Università come la intendiamo oggi: fu una  “invenzione” determinata dal risveglio della vita cittadina e dall’accresciuta domanda di cultura da parte dei protagonisti delle attività economiche. Nel Medioevo, l’età definita “oscura”, avevano capito che la cultura favorisce l’economia e Federico Barbarossa, il più fiero avversario dei liberi comuni, nel 1158 concesse agli studenti dell’Università di Bologna immunità e privilegi.

Sono dati importanti perché rivelatori del degrado in cui è giunta la società attuale, almeno quella italiana, che non investe su cultura, università, istruzione e ricerca scientifica, ma taglia in modo sconsiderato seguendo mere logiche aritmetiche e… bancarie. E nella nostra città, purtroppo, sta succedendo proprio questo: la facoltà di Giurisprudenza, sede staccata dell’Ateneo di Teramo, rischia di chiudere perché il Comune potrebbe non riuscire a sostenere i costi della convenzione: per politiche forse non proprio lungimiranti che hanno privato gli studenti di una sede adatta sia ai corsi che alla “vita universitaria”, gli iscritti sono scesi e quindi l’Università potrebbe diventare economicamente “sconveniente”. Una soluzione sembrava essersi trovata quando, nella conferenza stampa del 12 maggio 2017, l’ex sindaco di Avezzano Giovanni Di Pangrazio, presentava il piano del Masterplan Abruzzo che prevede, come detto tanti articoli fa, un finanziamento di 4milioni700mila euro. Ebbene, in quella sede Di Pangrazio ebbe a dire:  «Parco e strutture del complesso ex Arssa, – escluso il palazzo di vetro – saranno sottoposti a un “maquillage” completo, per poi ospitare eventi e attività culturali, ricreative, sociali, con fiore all’occhiello la sede distaccata dell’Università di Giurisprudenza di Teramo. Qui i nostri giovani potranno studiare in un luogo degno di un Ateneo». “Gli ex granai”, continua il comunicato del 12 maggio 2017, reperibile sul sito del Comune di Avezzano all’indirizzo web www.comune.avezzano.aq.it/index.php?id_oggetto=10&nome=notizie-e-comunicati&id_cat=0&id_doc=1573 “dopo il restyling, saranno destinati a biblioteca e spazio espositivo. Cambio di rotta per le ex stalle dove troverà spazio la nuova sede (aule e servizi) della facoltà di Giurisprudenza: gli uffici dell’Ateneo, invece, saranno realizzati in un’ala della vecchia sede del Commissariato. Punto informativo, libreria e ristoro troveranno accoglienza nell’ex casa del custode…”. Quindi, si potrebbe tenere duro fino alla completa attuazione del Masterplan e intanto mettere in atto iniziative tese a rendere più appetibile l’iscrizione nella sede di Avezzano. Inutile ricordare che l’Università crea indotto economico e  se anche gli iscritti fossero tutti “locali”, sono ragazzi che restano e, se vogliamo parlare solo in termini “contabili”, spendono qui e non altrove. Ma a noi la “pecunialoghia”, permetteteci il neologismo-l’Accademia della Crusca ci perdonerà- non piace, quindi diciamo anche che i giovani sono ricchezza e una società che li attira e non li fa scappare ci guadagna in termini di freschezza, vivacità e entusiasmo intellettuale e, conseguentemente, anche in produttività e, se proprio ci teniamo, in economicità. C’è un altro aspetto da tenere in considerazione: se l’Università rimane aperta, tanti studenti che non potrebbero permettersi gli studi né da pendolari, né, tantomeno, da residenti in città universitarie, avrebbero la possibilità di laurearsi: il diritto allo studio è sacrosanto e sancito dalla Costituzione, un diritto, aggiungiamo noi, inalienabile e imprescindibile e, pertanto, va promosso e non… rimosso.

Il Comune, speriamo consapevole di quanto appena affermato, ha sollecitato un dibattito cittadino per cercare una soluzione condivisa e gli studenti, come nel 1088 promossero l’istituzione della Università di Bologna, hanno raccolto il guanto e hanno voglia di partecipare al dibattito con senso criticamente costruttivo. Dalla nota inviata dagli studenti Mario Pisotta (membro consiglio di facoltà e consiglio di corso di Laurea giurisprudenza di teramo), Giulia Gianfelice CDL, Mirko Toselli CDL, Elmira Izeti CDF, un punto risulta focale: il confronto può e deve esserci, ma l’idea della chiusura non deve essere presa in considerazione. Di seguito la nota integrale:

“La polemica che riguarda il corso di Laurea in Giurisprudenza dell’università di Teramo con sede ad Avezzano oggi è più accesa che mai. La proposta del sindaco di aprire un pubblico dibattito sull’ argomento in sede di Urban Center, l’Agora della città, sembra essere ragionevole. Quello che ci preoccupa sono i presupposti alla base di questo dibattito. Si vuole valutare l’opportunità della permanenza della sede soprattutto in termini di costi-benefici prendendo in considerazione il calo di iscritti degli ultimi anni e le spese che deve supportare annualmente l’amministrazione come da contratto.

Un ragionamento fondato esclusivamente su questi presupposti è sbagliato.

È fuori discussione che la presenza di sedi universitarie nelle città sia un fattore positivo in termini di pregio e benefici, tanto da poter giustificare costi relativamente elevati per la comunità. Si può considerare in questo caso l’esperienza di altre città universitarie abruzzesi come Teramo, L’Aquila e Pescara, che hanno messo lo studente al centro delle dinamiche politiche e commerciali della città.

A differenza di queste, la sede di Avezzano ha subito continue trasformazioni in negativo soprattutto dopo il terremoto del 2009, cioè dopo che la sede di Via Napoli è stata dichiarata inagibile. Da allora ad oggi sono state adottate sistemazioni di ripiego o comunque non idonee. Tutto ciò, in aggiunta ad una persistente assenza di dialogo tra istituzioni ha comportato un senso di diffidenza nei confronti dell’università di Avezzano e di conseguenza il calo di iscritti.

Alla luce di tutto questo dichiariamo la nostra intenzione di partecipare attivamente al pubblico dibattito senza però mettere in discussione la permanenza della sede. La chiave del dibattito può essere soltanto quella del potenziamento e della promozione, cioè di una manovra che possa trasformare la città di Avezzano in una vera Città Universitaria

attraverso i seguenti punti:

 

  • Sistemazione presso la sede ARSSA (fondi progetto masterplan)
  • REVISIONE del contratto tra comune e università prevedendo, dove possibile, risparmio di spesa
  • Istituzione di nuovi corsi ANCHE TRIENNALI (incontro dello scorso luglio tra studenti, sindaco e rettore – proposta di corso sul settore agrario)”.

 

Complimentandoci con i giovani studenti per la lucidità e chiarezza del loro parlare scevro dalle polemiche politiche, noi di Marsicaweb continueremo a seguire da vicino la vicenda e siamo pronti a dare spazio ad ogni consiglio e intuizione propositivi e costruttivi. Ad maiora, ragazzi!