TOCCANTE LETTERA DI DIMITRI BERNARDI, IPOVEDENTE VITTIMA DELLA BUROCRAZIA ITALIANA

L’AQUILA – La situazione dell’emergenza Covis-19 ci ha travolti, fatti precipitare in buco nero, la mente ha dovuto piegarsi al lutto di migliaia di morti, facendo perdere la visione del mondo che ci circonda. Quel mondo fatto di problemi, di diversità sociali che appaiono nulla, ora, in questa prigione forzata, come arresti domiciliari.
A riportare l’attenzione a quella vita che sembra lontana, a cui non si presta tanto interesse perché la parola coronavirus è un marchio a fuoco nella nostra mente, è la toccante storia di Dimitri un ragazzo aquilano affetto da cecità.
Oggi Dimitri Bernardi, giovane uomo 35enne marito e padre, che combatte da tempo contro quella odiosa burocrazia che non ha occhi, proprio come lui, ma al contrario non ha cuore, chiede aiuto. Tante le battaglie che ha dovuto fronteggiare, quale la soppressione della corsa dell’autobus, ripristinata solo a seguito di un esposto, che gli permetteva di raggiungere la sua sede lavorativa, il carcere di Sulmona, dove è assunto come centralinista.
La situazione di Dimitri si aggrava con l’emergenza del coronavirus che impone, anche a lui come a milioni di italiani, di rimanere a casa e, come tanti milioni di lavoratori italiani, chiede di svolgere la sua attività nella propria abitazione, avvalendosi del così declamato smart working. Da questa richiesta partono i problemi. Normalmente a domanda segue risposta chiara e netta, ma non nel caso del giovane aquilano, che continua a sperare di poter al più presto riprendere le sue mansioni alla dipendenza del Ministero della Giustizia. Ancora, a tutt’oggi, Dimitri non può avvalersi della tecnologia che potrebbe risolvere ogni suo problema, non solo quello dello spostamento, ma anche della possibilità di rimanere accanto alla moglie e alla figlia, abbattendo le problematiche della cecità nel dover uscire da casa. Sempre la burocrazia gli impedisce di avere il medesimo ruolo all’interno del Tribunale di L’Aquila, a poche centinaia di metri dalla sua abitazione.

La lettera che Dimitri ha fatto pervenire ci ha spinto ad attivare il megafono della stampa, per sollecitare chi di dovere. Lui non chiede un impiego, in quanto già lo ha, chiede di poter avere la possibilità di lavorare.
Salve, sono Dimitri Bernardi, un ragazzo affetto da retinite pigmentosa quella malattia degenerativa che mi sta portando alla completa cecità. Dopo moltissime vicissitudini sono riuscito a far valere un mio diritto, (non scontato in questi tempi): essere assunto per la mansione che mi spetta e cioè quello di centralinista.
Purtroppo, come tutte le cose belle che solo nelle favole finiscono a buon fine, sono iniziate presto le prime difficoltà. La distanza mal collegata per raggiungere il posto di lavoro e la mancanza di un posto operatore che mi permettesse di essere subito operativo hanno da subito trasformato quello che doveva essere un sogno tradotto in realtà in un incubo. Tutti i giorni ero costretto a macinare chilometri e chilometri in treno in un percorso irto di difficoltà. Un bel giorno credetti di aver trovato uno spiraglio in fondo al tunnel quando venni a conoscenza di un posto vacante presso il tribunale dell’Aquila. La luce intravista però è stata quella di un cerino che si è spento ancor prima di guidarmi. Al tribunale che dista solo poche centinaia di metri da casa mia dovetti rinunciare per problemi burocratici che ancora non riesco a spiegarmi. Poco dopo si presentò una seconda possibilità di riavvicinamento, questa volta con una richiesta di comando. Credevo, anzi speravo, che un qualcosa di bello finalmente la mia dolce Italia potesse avermi portato in dono. Immerso nei miei pensieri ho cominciato a sognare. Tuttavia con tristezza ed incredulità dovetti purtroppo tornare con i piedi per terra giacché, per questioni interne al Ministero di appartenenza, questa procedura non poteva essere espletata. Come spesso accade nella mia vita arriva la classica ciliegina sulla torta: Il coronavirus!! Questo terribile virus che ha messo in ginocchio il nostro tessuto sociale ed economico altro non ha fatto che far star male chi stava bene e far star peggio (come nel mio caso) chi stava male. Certo, non posso che ringraziare Dio per avermi risparmiato sinora la vita. D’altronde, innumerevoli sono stati i desideri che il mio vissuto di ipovedente non mi ha permesso di riuscire finanche a coltivarli, figuriamoci raccoglierne i frutti. Tendenzialmente sono una persona che si accontenta di poco. Di fatti sono pochi i traguardi ai quali potrei ambire e vorrei tanto che questo Stato, che molti nel mondo ci invidiano, mettesse nelle condizioni di poterli trasformare in realtà. Ho tanta voglia di essere “normale”. Fare il mio lavoro, rendermi utile per me e la mia società. Quella società che da sola, attraverso gli amici che fortunatamente non mi ha fatto mancare, che avendomi aiutata a sopportare il peso del destino dal quale dipendo, merita di essere ricambiata. Purtroppo, ora più che mai, mi ritrovo a dover stare a casa privato di questa possibilità. Certo la situazione è difficile per tutti ma al servizio della stessa io, seppur nelle mie quotidiane difficoltà, mi ci voglio mettere lo stesso. Ho chiesto, anche se finora nessuna risposta mi è stata data, di poter lavorare in smart working proprio da quella casa nella quale, seppur prigioniero fisicamente ma con l’affetto continuo di mia moglie e mia figlia, mi sta aiutando a prevenire il contatto con un virus che è invisibile ai vedenti figuriamoci a chi come me che della vista porta solo un lontano ricordo.
Svolgere il mio lavoro in un ambiente sicuro ma allo stesso tempo produttivo, sono convinto, mi permetterebbe di sentirmi realizzato. Ringrazio chi ha permesso di utilizzare questa innovativa forma di lavoro agevolato a molti dei miei. Spero che anche io, presto, venga messo nelle condizioni di poterlo fare. E’ un’occasione quello dello Smart Working che chiunque vive la mia drammatica situazione potrebbe sperimentarla e magari trasformarla in una definitiva impostazione futura. Del resto non è una procedura impossibile da realizzare soprattutto con la tecnologia di oggi che, mai come in questo caso, può venire in aiuto a chi come me il mondo esteriore, al netto dei pericoli che quotidianamente offre, può soltanto immaginarlo.”

Alla richiesta di attivazione, una sibillina risposta è pervenuta dal Ministero della Giustizia- Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria Direzione Generale del personale e delle Risorse Ufficio Secondo del personale amministrativo e tecnico di ruolo e non di ruolo Sezione settima- mobilità del personale del comparto ministeri “allo stato, non risulta attiva la procedura di mobilità richiesta dall’interessato, si provvede all’archiviazione dell’istanza prodotta dal dipendente. D’altra parte, non è possibile acconsentire alla subordinata richiesta di comando da parte dell’Ufficio Scolastico regionale in indirizzo poiché la movimentazione temporanea proposta non renderebbe possibile la sostituzione del richiedente nella sede di appartenenza, ai sensi della L. 113/85, non risultandone vacante il posto in organico. Infine, riguardo al nota aggiuntiva in data 09.03.2020 prodotta dall’interessato, finalizzata al comando presso I’Ufficio Scolastico regionale-ambito territoriale per la provincia dell’Aquila- si precisa che la normativa emergenziale vigente, finalizzata al contenimento epidemiologico da Covid-19 non prevede forme di avvicinamento a sedi diverse da quella di attuale assegnazione ma solo la possibilità di effettuare il proprio lavoro, laddove possibile, presso sedi diverse da quelle abituali, quali ad esempio il proprio domicilio. Qualora non sia possibile prevedere forme di lavoro agile relativamente alla prestazione lavorativa da rendere, il dipendente potrà attingere alle forme di assenza dal servizio previste dalle disposizioni legislative emanate in via d’urgenza sulla materia. Alla Casa di reclusione di Sulmona, si prega di notificare il contenuto della presente nota all’interessato.” Firmato dal Direttore dell’Ufficio

La Direzione Casa Detenzione Sulmona rigetta la richiesta di Demitri, di poter effettuare le mansioni di centralinista attraverso il proprio pc tramite la propria connessione internet, trattandosi di persona che risulta in aspettativa non retribuita.  Una situazione complessa, è vero, ma che è andata a imprigionarsi nella rete inesorabile della burocrazia. A concludere l’inverosimile, la casa di reclusione di Sulmona non ha il centralino telefonico predisposto, mentre lo si trova presso il Tribunale di L’Aquila che, però, risulta postazione non coperta da centralinista non vedente, così come previsto dall’articolo 3, comma 1, della legge 113/1985.
Riuscirà il nostro eroe a venirne a capo, avendo dichiarato di assumersi ogni spesa inerente la semplice istallazione tecnologica presso la propria abitazione? Ce lo auguriamo.
Continueremo a seguire il caso.