VOTA ANTONIO #5 – NE VEDREMO DI TUTTI I COLORI

di Armando Floris

AVEZZANO – Immaginate una cena romantica: il partner perfetto, un’ottima intesa, parole adeguate. Adesso immaginate di restare in quella scena e guardarvi intorno. Siete nel bar della superstrada? Probabilmente no.
L’ambiente conta ed ha un’influenza sui comportamenti, sulle decisioni, sulla vita.
Molti hanno presente un famoso esperimento passato alla storia come “teoria delle finestre rotte”.
In una zona conosciuta per criminalità e povertà (Bronx) e in una ricca (Palo Alto), viene lasciata una macchina abbandonata. Nel Bronx viene presto smantellata, a Palo Alto no. Poi però i ricercatori rompono il vetro della stessa macchina e, nel giro di poche ore, l’auto viene fatta a pezzi anche nel quartiere in cui, una casa singola, costa quanto un palazzo ad Avezzano.
In un contesto “sporco” o sporcato da un vetro rotto, pure coloro che tenevano a bada pulsioni negative si lasciano trascinare da esse.
Esiste la libertà individuale e quindi la capacità di fare scelte diverse ma il fine di questo articolo è far riflettere su elementi apparentemente marginali della campagna elettorale: colori, materiali, parole, testimonial.

Cerchiamo di vederne alcuni con un breve ricordo personale.
È domenica mattina, ore 9:00, tempo sereno, strada silente, la Città dorme ancora.
Eppure, sta per accadere qualcosa di impegnativo. Si manifesta sotto forma di domanda, apparentemente innocente.
La fonte del comando è mia moglie. L’oggetto è quanto di più misterioso possa esserci per l’uomo medio: i colori.
“Mi prendi, per favore, il pantalone color Ècru?”
Fingo consapevolezza, mi preparo al compito mentre le sinapsi si attivano nella ricerca: “che diavolo è l’Ècru?”
Cerco il telefono per guardare sul motore di ricerca ma i secondi passano e arriva l’aiutino: “…guarda bene, stanno vicino alla maglia tortora!”.
La tortora, l’ecru, bah.
Arriva l’ultimo, decisivo, indizio.
“Dovrebbero stare dove ho lasciato la borsa carta da zucchero!”
Panico!
Il luogo comune per cui le donne vedono più colori degli uomini è assolutamente vero, ma non è il problema vero.
Il problema è che il maschio italico dell’appennino centrale non ne conosce i nomi.
Il vocabolario maschile già ridotto dall’abuso dei social, della messaggistica e del Processo del lunedì, è ancora più imbarazzante riguardo ai colori.
Consapevole di ciò, gioco all’attacco, rilancio: “… arrivo! A proposito, mi porteresti giù la camicia color anatra zoppa?”.

I colori, come le parole e i materiali, contano nella percezione di un racconto: e la campagna elettorale è un racconto.
Un oggetto rosso sembra più pesante, il verde sollecita nuove idee, il blu migliora la produttività.
Quanto ai materiali, il legno rilassa e richiama la natura: dà un senso di sicurezza e affidabilità.
Avete visto l’ultimo video di Gianni Di Pangrazio? Parte dal verde della pineta, poi passa al Salviano, inizia la salita con il drone che riprende dall’alto, una musica significativa sottolinea l’impresa, accelera il passo, entra nella radura, forse chiede il voto a una coppietta appartata e ricorda loro che, il vero amore, si vede al ballottaggio.
Sfrutta poi un concetto fondamentale: quello per cui, chi parla per primo di una cosa, si impossessa del tema.
Negli ultimi giorni, tramite un profluvio di comunicati, ci ha già rivelato cosa fare per il Parco Arssa, cosa serve alla sicurezza, come gestire meglio il bonus casa, cosa fare nell’edilizia scolastica, cosa teneva Cicirinella!

Anche Genovesi ha appena prodotto un video professionale. Le immagini iniziano da Piazza Risorgimento, con il marmo bianco in evidenza, un materiale più duro, più freddo e che richiama l’azione: avete mai provato a rilassarvi sul marmo? Parole d’ordine rivolte agli ultimi, “nessuno deve rimanere escluso”: è lo schema leghista anti élite. Ritmo veloce, termini netti, racconto da contrapposizione passato/futuro, sguardo tosto.
È una narrazione che funziona quando le classi dirigenti vanno in crisi e perdono di autorevolezza. Quindi potrebbe funzionare.

All’opposto, Del Boccio si adagia sul morbido.
Guardate lo spot. 10 step di programma: grafica delicata, stile informale, musica allegra, meno marziale. Sembra dire: stiamo facendo la campagna elettorale o la terza guerra mondiale?

La Taccone invece punta su di sé. Annuncia nel video spot che, “più in là si toglierà qualche sassolino dalle scarpe”, con lo sguardo di chi ha da parte due camion di marmi di Carrara da lanciare al momento giusto.
Niente territorio ma sfondo neutro: una semplice ripresa in una stanza.
Tutta la concentrazione deve essere sulle sue parole che spiegano le ragioni della discesa in campo e illustrano le cinque S del programma: Sanità, Sociale, Sviluppo sostenibile, Sport, Scuola.
Colore: celeste De Angelis. Nel senso che è lo stesso della campagna dell’ex Sindaco.
Intelligente la scelta di affiancarsi a testimonial autorevoli: in comunicazione si chiama mee too, ed è, più o meno, il concetto espresso dal vecchio adagio “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”.
Foto con Don Claide, incontro con il Prof. Emmanuele della Fondazione Terzo Pilastro. Il messaggio è chiaro: “persone diverse fanno una città diversa”.
Il vocabolario usato nelle interviste richiama i concetti di competenza, società civile, novità, squadra, lavoro.

In effetti le parole sono importanti.
A tal proposito, in questi giorni, i neocandidati al consiglio comunale compiono spesso un errore banale. Aprono il confronto con il potenziale elettore ponendosi subito in una condizione di minorità psicologica:
“disturbo?”
“posso rubarti un minuto?”
“grazie per avermi concesso il tuo tempo”
“vorrei parlarti di una cosina”
“se non hai altri impegni, ci sarebbe questo mio amico”.
Pessimo modo per cominciare. Ma non il più strano.
Il più particolare è infatti quello di una specifica categoria di candidato, o meglio di annuncio di candidatura, piuttosto ricorrente nei primi giorni di campagna: la definirei la categoria del “lapidario”.
Ci informa da facebook della decisione sofferta di firmare l’accettazione. Ha fatto un sacrificio che traspira da ogni riga del post. Lo hanno inseguito, pregato, braccato, scongiurato, perché la Città non poteva fare a meno del suo inestimabile contributo.
Non voleva farlo ma ha sentito, dal profondo del cuore e come ultimo atto di generosità, il supremo dovere di mettersi in lista. Non c’è entusiasmo, grinta, passione. C’è solo l’estrema immolazione prima della fine della Comunità. Ne danno il triste annuncio (della candidatura) il coordinatore delle liste, i politici nazionali, il candidato sindaco, i familiari tutti. Non voti ma opere di bene!
Come dicono quelli di Taffo: “ci vediamo alle urne!”.

Tornando ai concorrenti per il ruolo di Sindaco. Nel caso di Babbo, colpiscono più i confronti televisivi dei video. In televisione, fino ad ora, ha dato il meglio.
Nell’ultimo ha iniziato così: “…quando il Partito Democratico stava al 40% alle Europee e molti andavano a farsi le foto con Renzi io non mi facevo le foto e restavo civico.
Quando tanti saltavano sul carro del centrodestra, io restavo civico. Rispetto i partiti, ma tengo presente che il loro consenso, oggi, è fluttuante: un giorno hanno il 4%, e cinque mesi dopo il 30% per poi magari crollare al 7%. La fiducia in un Sindaco invece non può essere fluttuante. Credo che le persone vogliano un Sindaco credibile e libero. Tutti siamo qui per dimostrare di essere credibili ed autorevoli ma non tutti possono dire di essere liberi”.
Si chiama tecnicamente Priming: le prime parole vengono ricordate di più; quindi è meglio piazzare il concetto fondamentale all’inizio.
Precedente storico: Berlusconi, in tutte le campagne elettorali.
Babbo ha poi proseguito con un altro passaggio significativo: “quando incontro i nostri concittadini non mi chiedono di che partito sei? Non gli interessa. Vogliono capire invece quanto mi importa di loro e se sarò indipendente nel tutelare tali esigenze”.
Si chiama tecnicamente Reincorniciamento: libertà vs appartenenza politica.
Precedente storico Mitterand: “La Forza tranquilla” che trasforma l’anzianità in saggezza.
Infine, l’ultima battuta: “…da dieci giorni si parla di 25 migranti ed è un tema importante. Mi chiedo però perché nessuno vuole parlare dei 50 milioni per il Fucino spariti, dei 5 milioni del Masterplan chiusi in un cassetto e dell’Ospedale di Avezzano!”.
Si chiama, tecnicamente, Sganassone.
Precedente storico: “Lo chiamavano Trinità”.
Funzionerà? Non lo sappiamo, però con Mescal ha funzionato.

Alla prossima puntata.