di Leonardo Alfatti Appetiti
Si terrà oggi, 29 ottobre, il premio in memoria del giornalista abruzzese Antonio Russo, assassinato il 16 ottobre del 2000 a Tblisi (Georgia), a soli 40 anni di età, mentre seguiva le vicende legate al conflitto russo-ceceno. Dopo un lungo periodo di stallo, torna così il premio nazionale sul reportage di guerra, fortemente voluto dalla Fondazione, nata poco dopo la sua morte per volontà della madre Beatrice. L’appuntamento, per quella che è la decima edizione, non poteva che essere nella sua Francavilla al Mare.
Città natale, come si dice, perché Russo fu davvero un cittadino del mondo e un infaticabile viaggiatore. Eppure non volle mai guidare, né prendere la patente. Decisione singolare per chi macinò migliaia e migliaia di chilometri nella sua breve quanto intensa vita – non fece in tempo a invecchiare – per inseguire la verità. Un giornalista sui generis, Russo. Non volle iscriversi all’albo dei giornalisti, per cominciare. Un disobbediente che si afferma definitivamente sulla scena del giornalismo nazionale e internazionale nel marzo del ’99, durante la guerra del Kosovo: è l’unico giornalista occidentale a non lasciare la città assediata di Pristina durante i bombardamenti della Nato. È lui a rendere noto al mondo quello che la BBC e la CNN non raccontano. È quello stravagante inviato di Radio Radicale che, in diretta, con il suo telefono satellitare, narra l’esodo dei profughi che tentano di fuggire all’assedio dopo mesi di morte e fame. È sempre lui a fornire documentazione preziosa e inedita al Tribunale dell’Aja. Malgrado sia stato in Siberia e, come inviato di Radio Radicale, in Algeria durante gli anni dei massacri integralisti, in Burundi e Ruanda per documentare la guerra tra hutu e tutsi, Ucraina, in Colombia e in tante altre zone a rischio, si accorgono di lui, il suo lavoro di reporter radiofonico di guerra trova finalmente l’eco che merita sulla stampa straniera e riceve importanti premi giornalistici. Al ritorno racconta di come sia stato aiutato dalla popolazione locale a lasciare il paese mescolandosi ai profughi albanesi diretti verso la Macedonia. Sì, perché durante le sue missioni non abitava mai in alberghi trasformati in fortezze per giornalisti, ma in case private, spesso con famiglie modeste che affittavano un alloggio. Mangiava insieme a loro, viveva la loro vita. In pochi giorni diventava uno di loro. Fino al 16 ottobre del 2000, quando Antonio Russo viene ritrovato morto in Georgia, a 25 chilometri da Tbilisi.
Dal suo appartamento messo a soqquadro spariscono il materiale raccolto durante la sua permanenza in Georgia e gli strumenti del suo lavoro. Da diversi mesi era in Cecenia da dove inviava filmati e corrispondenze radiofoniche a Radio Radicale. Il materiale trasmesso gettava parecchie ombre sul modo di condurre la guerra da parte dei russi. Qualche settimana prima, a Tblisi, intervenendo in un congresso internazionale per trattare dell’inquinamento in quella regione, Russo prese la parola descrivendo dettagliatamente sull’inquinamento del territorio ceceno e sull’uso di armi chimiche da parte dei russi. Dopo il suo intervento, un uomo si alzò e, parlando in russo, pronunciò minacce all’indirizzo di Antonio. Un uomo scomodo, Russo, un esempio per chi crede ancora nel giornalismo, nella fame di verità di chi pratica questo mestiere lontano dai salotti televisivi e dagli ovattati uffici di corrispondenza all’estero. Un esempio per i giovani, cui il premio si propone di trasmettere memoria e testimone.

