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QUANDO LA TERRA CROLLÒ E L’UMANITÀ RESISTETTE: DON ORIONE TRA LE MACERIE DI AVEZZANO

Redazione di Redazione
10 Gennaio 2026
in Attualità
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donorione
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13 gennaio 1915, ore 7.55.
Non è ancora pieno giorno quando il Centro Italia viene squarciato da un boato profondo, viscerale. La terra si contorce, si apre, diventa nemica. In pochi interminabili secondi la Marsica scompare sotto una coltre di polvere, urla e macerie. Avezzano viene rasa al suolo. Il terremoto – magnitudo 7.0 – non colpisce solo una regione: ferisce l’intera Penisola. Alla fine si conteranno circa trentamila morti, ma in quelle prime ore nessuno ha il coraggio di fare i conti. Si pensa solo a scavare, a chiamare, a sperare.

In mezzo a quel paesaggio lunare, dove le case sono diventate tombe e il silenzio è interrotto solo dai lamenti, arriva un uomo piccolo, consumato, con una tonaca lisa e scarpe malconce. Non ha divise né gradi, non comanda nessuno, eppure tutti finiscono per seguirlo. È Luigi Orione, per tutti semplicemente don Orione.

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Non viene per osservare, né per benedire da lontano. Viene per restare. Si stabilisce in una baracca, tra il fango e il gelo, con un’idea precisa: raccogliere gli orfani, strapparli alla morte lenta del freddo, della fame, dell’abbandono. A raccontarlo, con parole semplici e potentissime, è don Roberto Risi, suo principale collaboratore a Roma, in una lettera del 22 gennaio 1915, rimasta per oltre un secolo custodita negli archivi.

«Il direttore è partito alle 7 per Avezzano», scrive, «dove va a stabilirsi in una baracca per organizzare la raccolta degli orfani di tutti i luoghi terremotati». Non è un progetto astratto: è una corsa contro il tempo. Ogni ora arrivano bambini. Sporchi, infreddoliti, muti per lo shock. Una sera, alle dieci e mezza, ne giungono ventiquattro tutti insieme. Non ci sono letti. Si stendono quattro materassi per terra, dodici bambini da una parte, dodici dall’altra, coperti con il tappeto dell’altare. Dormono “alla bene meglio”, ma dormono. Ed è già una vittoria: da quattro giorni vagavano per le campagne.

Tra loro c’è chi è stato estratto vivo dalle macerie dopo giorni. Ottantuno bambini in tutto. E don Orione ne vuole accogliere altri quindici. Sempre di più. Sempre oltre il possibile.

La sua non è solo carità: è ostinazione. È sfida alla montagna, al gelo, alla paura. Sale in automobile fino a 1.300 metri per cercare altri orfani nei paesi abruzzesi più isolati. Incontra i lupi, veri e simbolici. Il ghiaccio fa slittare l’auto, il viaggio si ferma. Sei bambini sono quasi morti, congelati. Solo l’arrivo provvidenziale di altre due automobili evita la tragedia. Don Orione torna ad Avezzano e, poco dopo, riesce a portare quaranta orfani a Roma in treno, in poche ore. Come se il dolore, almeno per loro, avesse trovato una via di fuga.

Persino lo Stato se ne accorge. Un documento inedito rivela che il Ministero degli Interni autorizza don Orione a utilizzare un camion requisito durante la visita del Re ai terremotati. La burocrazia, per una volta, si fa strumento di misericordia.

Ma l’immagine più viva, più umana, la regala Ernesto Campese, segretario di Prefettura, che lo cerca tra le tende dei soccorsi. «Dov’è don Orione?» chiede. Lo indirizzano verso un grande tendone. Da dentro provengono vagiti. Entra. Don Orione è lì, seduto su uno sgabello, con un bambino per braccio. Li culla, li ballonzola sulle ginocchia, canta una ninna-nanna e chiede i biberon.

Campese lo descrive senza retorica: un piccolo prete striminzito, la tonaca frusta e impolverata, scarpe deformate dal fango e dalla fatica. Eppure è un gigante. Corre ovunque, porta fiducia dove tutto sembra perduto. Non promette miracoli, ma presenza. Non salva il mondo, ma salva vite. Una alla volta.

A più di un secolo da quel 13 gennaio, il terremoto della Marsica non è solo una pagina di cronaca nera della storia italiana. È anche il luogo morale in cui emerge una verità scomoda e luminosa: nei momenti in cui tutto crolla, non sono le istituzioni, né le parole solenni, a fare la differenza. Sono le mani sporche di polvere che sollevano un bambino. Sono uomini come don Orione, che nel cuore della distruzione scelgono di restare umani.

Redazione

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