È ufficialmente iniziata la campagna elettorale dei veleni. Una competizione senza esclusioni di colpi, fatta più di insinuazioni, accuse e spettacolarizzazione del degrado che di proposte concrete. Una storia già vista, che in passato ha lasciato strascichi profondi e che ha richiesto anni per essere smaltita, non solo sul piano politico ma soprattutto su quello sociale e culturale.
Il clima che si respira è quello dell’odio diffuso: verso tutto e verso tutti, ma in modo particolare verso la città stessa. Un paradosso che dovrebbe far riflettere. Oggi, grazie ai social network, siamo in grado di trasmettere emozioni, immagini e messaggi in tempo reale in ogni angolo del mondo. Uno strumento potente, che potrebbe essere utilizzato per valorizzare i territori, raccontarne le eccellenze, sostenere il tessuto economico e sociale. E invece, troppo spesso, accade l’esatto contrario.
I social diventano la vetrina del disprezzo, il palcoscenico ideale per mettere alla gogna interi quartieri, piazze, strade. È sufficiente una carta di caramella abbandonata sull’asfalto perché scatti la foto, il post indignato, l’inquisizione pubblica. Poco importa il contesto, irrilevante la proporzione: ciò che conta è colpire, generare clamore, alimentare una narrazione negativa che produce un danno d’immagine enorme e immediato.
Un danno che ricade su tutta la comunità. Su una città che già fatica a tenere il passo, come molte realtà dell’entroterra, alle prese con lo spopolamento, la crisi economica e la carenza di investimenti. A questo quadro complesso si aggiungono gli sproloqui di un “semi centrodestra” locale che sembra non farsi scrupoli nell’utilizzare colpi bassi pur di attirare l’attenzione, inseguendo like e condivisioni più che soluzioni reali.
Eppure il sentimento diffuso tra i cittadini è un altro. È stanchezza. Stanchezza verso queste dinamiche tossiche, verso una politica che preferisce demolire piuttosto che costruire. La gente chiede normalità, serietà, rispetto. Chiede che tutto si svolga nel migliore dei modi, con trasparenza e responsabilità. Chiede amministratori capaci di guardare avanti, non di scavare continuamente nel fango.
C’è un desiderio profondo di riscatto, di ritorno a una vita che abbia il sapore degli anni migliori, quelli di un’Italia produttiva, vitale, ricca non solo dal punto di vista economico ma anche sociale e culturale. Un’Italia in cui la politica era visione, non rissa permanente; servizio, non propaganda.
La campagna elettorale dovrebbe essere il momento del confronto alto, delle idee, dei progetti per il futuro. Continuare a trasformarla in una guerra di veleni significa impoverire il dibattito pubblico e, soprattutto, tradire la città e i suoi cittadini. Perché denigrare il luogo che si pretende di governare non è opposizione: è autolesionismo collettivo.



