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CELANO, IL SINDACO “LASCIATO SOLO” SULLA BARACCA DI PROPRIETÀ DELLA REGIONE NEL FUCINO. SANTILLI: “SICUREZZA, I SINDACI SONO IL CAPRO ESPIATORIO”

Regione assente sul Fucino, il Comune di Celano si assume tutto: l’affondo del sindaco Santilli

Redazione by Redazione
11 Febbraio 2026
in Politica
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Settimio Santilli
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Celano torna al centro della cronaca, ma stavolta non per un annuncio di principio o una passerella istituzionale: per un’operazione concreta. «Abbiamo terminato nella giornata di ieri lo sgombero, la bonifica, la sanificazione e messa in sicurezza del manufatto rinvenuto sull’argine di uno dei canali principali del Fucino (proprietà regionale) in zona Borgo Ottomila», ha dichiarato il sindaco Settimio Santilli. Un manufatto finito nelle scorse settimane sotto i riflettori nazionali perché indicato come luogo di spaccio.

Il punto, però, non è solo l’intervento in sé. È il contesto denunciato dal primo cittadino: «Per l’ennesima volta siamo stati lasciati completamente soli, in una marea di carte e rimpalli di competenze e responsabilità degli uffici regionali da far venire il voltastomaco». La proprietà è regionale, l’area è strategica, l’emergenza è evidente. Eppure, secondo Santilli, la macchina amministrativa sovraordinata si è trasformata nel solito labirinto: competenze che si scaricano, uffici che si rimpallano responsabilità, tempi che si allungano mentre sul territorio restano problemi, rischio e paura.

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E qui si apre una frattura politica che pesa più del singolo episodio. Perché la Regione Abruzzo oggi è guidata da Fratelli d’Italia, e Santilli non sta parlando da antagonista ideologico qualunque: sta parlando da sindaco che chiede collaborazione istituzionale su un bene regionale. Se un’amministrazione locale, anche quando appartiene allo stesso campo politico, viene trattata con questa indifferenza procedurale, cosa dovrebbe aspettarsi chi sta dall’altra parte? È una domanda scomoda, ma inevitabile: la politica regionale riesce a essere distante perfino dai “propri”, figurarsi dagli altri.

Santilli, di fronte allo stallo, ha scelto la strada che spesso resta l’unica praticabile per chi amministra un comune: fare, assumendosi rischi e responsabilità. «Mi assumo dunque di fatto ogni responsabilità delle azioni che si sono svolte e si svolgeranno, fino ad arrivare, con i tempi giusti e necessari, anche alla auspicata demolizione del manufatto». Tradotto: l’ente più vicino ai cittadini interviene anche quando non dovrebbe essere lasciato solo, perché il vuoto di azione altrui avrebbe un costo sociale immediato.

Il sindaco, però, non vende illusioni. Anzi, demolisce in partenza la retorica dell’intervento risolutivo: «È una goccia nell’oceano… perché il problema viene semplicemente spostato», riconoscendo che lo spaccio e il consumo di stupefacenti sono «una piaga sociale… non di certo solo locale» e che richiedono politiche più ampie e una pluralità di attori. È una presa di posizione che pesa: chi governa un territorio non sta dicendo “abbiamo risolto”, ma “abbiamo fatto il minimo necessario per non abdicare”, mentre il fenomeno resta e si sposta.

Nel frattempo, l’amministrazione locale prova a intervenire con gli strumenti che ha davvero: «sportelli d’ascolto, videosorveglianza, pubblica illuminazione, assunzione di nuovi agenti di Polizia Locale». Questa è la “politica del fare” nella sua versione meno celebrativa e più dura: non slogan, ma scelte amministrative, spese, atti, personale, gestione quotidiana. Ed è qui che si misura un dato che molti fingono di non vedere: i sindaci dell’entroterra, quando hanno una gestione oculata della cosa pubblica e un rapporto diretto con la comunità, diventano spesso gli unici argini reali, perché non possono permettersi di voltarsi dall’altra parte.

La denuncia più forte, però, riguarda il ruolo istituzionale dei sindaci, sempre più esposti e sempre meno protetti. «I sindaci… sono sempre di più l’anello debole delle istituzioni», dice Santilli, schiacciati tra istituzioni “forti” che «vivono in un loro mondo lontanissimo dalla realtà quotidiana» e una opinione pubblica che pretende risultati immediati. Il paradosso è spietato: da un lato si tolgono «strumenti, tutele e risorse», dall’altro si chiede al sindaco di rispondere di tutto, senza distinguere tra ciò che è competenza comunale e ciò che non lo è.

Ed è qui che il discorso diventa anche lezione civica, contro la propaganda e la semplificazione. Santilli ricorda un punto essenziale: «i sindaci non hanno alcuna competenza o potere decisionale sulle forze dell’ordine dello Stato». L’ordine e la sicurezza pubblica sono competenza dello Stato; «il PREFETTO (e non il Sindaco) ha la responsabilità generale dell’ordine e della sicurezza pubblica»; la Polizia Locale è un organo “ausiliario”. Concetti ribaditi «con fermezza» ai tavoli provinciali, dice il sindaco. E allora perché, quando c’è un problema di sicurezza o di spaccio, l’indice si punta sempre nello stesso posto? «Ovvio, DEL SINDACO! Il capro espiatorio di tutto.»

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In questo quadro, l’episodio del Fucino diventa più di un fatto di cronaca: è un promemoria politico su come funziona davvero la filiera istituzionale. È la fotografia di un territorio dove la Regione proprietaria di un bene può restare impigliata nei propri rimpalli, mentre il comune si carica l’onere di agire; dove l’amministratore locale viene giudicato su problemi che non governa pienamente; dove si invoca “sicurezza” in pubblico ma si lascia il livello più vicino ai cittadini senza la necessaria catena di supporto.

Se la politica regionale a guida FdI vuole essere credibile sui territori, soprattutto quelli interni, deve dimostrare rispetto non a parole ma con procedure rapide, responsabilità chiare e risposte operative. Perché quando un sindaco arriva a dire “mi assumo ogni responsabilità” mentre denuncia di essere stato lasciato solo su un bene regionale, non è più una schermaglia: è un segnale di rottura. E quando lo stesso accade persino tra amministrazioni dello stesso schieramento, il messaggio ai cittadini è devastante: la distanza del palazzo non è un’eccezione, è un metodo.

Eppure, nel mezzo, resta l’unica cosa che regge: «gli unici baluardi fisici e reali che si sporcano quotidianamente le mani… in favore delle nostre comunità». In provincia, nell’entroterra, nei comuni che non hanno il lusso dell’inerzia, la politica del fare non è uno slogan: è la scelta obbligata di chi resta sul campo mentre gli altri rimpallano carte.

Redazione

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