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CHIANTINI SU SICUREZZA E CARCERE DI AVEZZANO: DIRITTI, REALTÀ E RESPONSABILITÀ PUBBLICA

RedazionediRedazione
10 Aprile 2026
inPolitica
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CHIANTINI
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C’è un momento, in ogni discussione pubblica, in cui il linguaggio smette di essere uno strumento di chiarificazione e diventa un elegante dispositivo di distrazione. È un passaggio sottile, quasi impercettibile, in cui le parole continuano a moltiplicarsi mentre i fatti, più sobri e meno loquaci, restano sullo sfondo. Quando si parla di sicurezza e giustizia, questo slittamento è tanto più frequente quanto più si invoca l’urgenza: l’ultima lezione sulla questione viene dal referendum sulla giustizia.

Il caso del carcere di Avezzano sembra appartenere a questa categoria di fenomeni: un dibattito che ha oscillato tra l’astrazione progettuale e l’immediatezza emotiva, senza mai soffermarsi con sufficiente pazienza sulle condizioni materiali che lo rendono possibile. Per alcuni giorni si è discusso della delocalizzazione della struttura come si discuterebbe di qualcosa di salvifico: plausibile in teoria, suggestiva nella forma, ma priva di un referente concreto.

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Poi, come spesso accade, un evento – l’evasione di un detenuto – ha agito da catalizzatore. Il discorso, già fragile, si è contratto ulteriormente, passando dalla vaghezza alla reazione. È un riflesso antico: di fronte a un fatto che turba, si cerca una soluzione che rassicuri. E nulla rassicura più, almeno simbolicamente, dello spostamento. Allontanare il problema equivale, nella grammatica dell’emergenza, a risolverlo.

Ma la realtà, che raramente si lascia convincere dalle metafore spaziali, suggerisce altro.

La struttura di Avezzano dispone di una capienza regolamentare di 53 posti e ospita 78 detenuti: una densità che supera il 40% in più. A questa compressione degli spazi si accompagna una carenza di organico nella Polizia Penitenziaria, con effetti prevedibili sulla gestione quotidiana e sulla sicurezza interna. Non si tratta, dunque, di un problema di coordinate geografiche, ma di equilibrio tra risorse, persone e organizzazione.

In questo quadro, l’ipotesi di un nuovo istituto assume i tratti di una soluzione che precede il problema. Un investimento compreso tra i 12 e i 15 milioni di euro, per una struttura che arriverebbe dopo interventi relativamente recenti sull’edificio esistente, si confronta con un dato più semplice e meno visibile: l’insufficienza del personale. Ancora più ambiziosa, e per questo più problematica, è l’idea di un carcere da 400 o 500 posti, che amplierebbe le superfici senza garantire la presenza umana necessaria a renderle funzionali.

“Il caso Avezzano”, se osservato senza fretta, si rivela allora come una variazione di un tema più ampio. Il sistema penitenziario italiano, tra il 2025 e il 2026, supera le 62.000 presenze a fronte di circa 51.000 posti regolamentari. L’affollamento non è un incidente, ma una condizione stabile. A questa si affiancano criticità note: carenze sanitarie, in particolare nell’ambito della salute mentale, e una difficoltà persistente nel tradurre in pratica il principio rieducativo sancito dalla Costituzione.

Le risposte istituzionali nazionali, come il piano di ampliamento della capienza o la nomina di un commissario straordinario, indicano una volontà di intervento. Tuttavia, esse rischiano di rimanere parziali se si limitano alla dimensione edilizia. Costruire nuovi spazi può essere necessario, ma non è sufficiente: il sovraffollamento non è solo una questione di muri, bensì di flussi, politiche e gestione.

Avezzano, in questo senso, non è un’eccezione ma un indizio. Un punto in cui problemi sistemici diventano visibili: la sproporzione tra detenuti e personale, la fatica dell’organizzazione quotidiana, la distanza tra norme e pratiche.

La sicurezza, allora, si sottrae a una definizione puramente architettonica. Non risiede nel cemento, né nella sua eventuale ricollocazione, ma nella qualità del lavoro che si svolge al suo interno: nel numero degli agenti, nella loro formazione, nella coerenza delle politiche che li guidano.

Spostare un carcere, in questa prospettiva, equivale a cambiare la cornice senza intervenire sul quadro.

E poiché i tempi della costruzione – in Italia, non inferiori a un decennio – appartengono a un orizzonte dilatato, mentre i problemi insistono nel presente, qui ed ora, l’idea di un trasferimento “di qualche chilometro più a nord” assume i contorni di una risposta più simbolica che operativa.

Resta, infine, un dato elementare, che raramente trova spazio nelle narrazioni più enfatiche: la sicurezza è un processo quotidiano, fatto di gesti ripetuti e competenze spesso invisibili. Dipende da chi, ogni giorno, lavora dentro quelle mura.

Il resto, per quanto eloquente, appartiene al regno del rumore. E il rumore, quando si tratta di incolumità pubblica, non è tanto pericoloso quanto superfluo: che è, talvolta, una forma più sottile di rischio.

Redazione

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