C’è un paradosso che attraversa silenziosamente la politica italiana: tutti parlano di astensionismo, ma nessuno lo affronta davvero. È un tema che emerge per poche ore, giusto il tempo di commentare percentuali e affluenze il giorno del voto, per poi essere rapidamente archiviato. Un rituale che si ripete a ogni tornata elettorale, mentre la diserzione dalle urne cresce e si radica come un’emergenza strutturale, non più episodica.
Eppure, questa emergenza conviene a molti. Meno cittadini votano, più il cosiddetto “voto organizzato”, quello delle filiere politiche, associative, di categoria, pesa in modo determinante sugli equilibri finali. In un Paese dove il consenso tende a concentrarsi in mani sempre più ristrette, la bassa partecipazione diventa una variabile che i partiti imparano a gestire – e, in alcuni casi, ad accogliere con sorprendente serenità.
Gli interventi dei leader nelle ultime ore lo dimostrano: si parla di alleanze future, di riposizionamenti tattici, di riforme e sistemi elettorali. Ma quasi nessuno individua nella fuga dalle urne la vera faglia che attraversa la nostra democrazia. Una fuga che non è più un fenomeno marginale ma un collasso progressivo della partecipazione popolare.
I numeri lo urlano con forza.
Nel 2020, in Campania, votò il 55,5% degli aventi diritto. Nel 2025 siamo scesi al 44%: undici punti in meno.
In Puglia la partecipazione è crollata dal 56,4% al 41,8%.
In Veneto si è passati dal 61,1% del 2020 a un drammatico 44,6%.
Non sono scostamenti: sono voragini. Percentuali che certificano la trasformazione del corpo elettorale in un’entità sempre più sottile, sempre meno rappresentativa dell’intera popolazione.
Un tempo le elezioni erano celebrate come “la festa della democrazia”. Oggi, di festoso non resta quasi nulla. Una festa a cui sei invitati su dieci preferiscono non presentarsi non può più definirsi tale. È piuttosto il segnale di un distacco, di una sfiducia e di un senso di irrilevanza che la politica non può più permettersi di ignorare.
Ma la domanda resta inevasa: chi raccoglierà questo allarme?
Perché finché l’astensionismo sarà trattato come un fastidio statistico e non come un sintomo grave, chi governa o ambisce a governare continuerà a muoversi in un Paese che esiste solo sulla carta – e non più nelle urne.





