“L‘elezione diretta del premierunita allacostituzionalizzazione del premio di maggioranza(senza indicazione della soglia) per le liste di coalizione che sostengono la candidatura di un premier alle elezioni sarebbero stati sufficienti ad assicurare al presidente del Consiglio direttamente eletto una forza parlamentare stabile e non avrebbero toccato i poteri del presidente della Repubblica ed il ruolo del Parlamento. La stabilità sarebbe stata assicurata da una forza politica e non da una gabbia istituzionale, la legge sarebbe stata molto più solida, avrebbe garantito flessibilità a un sistema basato sulla sostanza delle cose, non sulle forme”. Così all’Adnkronos ilpresidente emerito della Corte costituzionale Cesare Mirabelliinterviene sulla bozza di emendamenti sul premierato approvati ieri dal vertice di maggioranza e prossimi al vaglio dei leader.
Secondo l’ex presidente della Corte, al ddl premierato “basterebbe unarticolo unico e risolutivoe poi trasferire al dibattito sullalegge elettoralele modalità in cui raggiungere il risultato”. “Invece e purtroppo lemisure in più pensate nel ddl costituzionale sono una polizza di assicurazionecontro i ripensamenti e la sfiducia reciproca dei componenti della coalizione”. “Nel sottofondo complessivo si intuisce la volontà di blindare l’indissolubilità della coalizione; una intenzione che nasce dal sospetto che le forze politiche si possano aggregare opportunisticamente nel momento elettorale e disgregare dopo”.
Quali sono le “polizze di assicurazione” messe in campo nel ddl premierato? “La prima polizza è temporalmente legata all’insediamento del Parlamento e del presidente del Consiglio eletto– risponde -. Secondo il ddl se dopo le elezioni il premier non ha la fiducia dal Parlamento si va subito ad elezioni, ciò vale a dire che il Parlamento nel prendere quasi atto dell’avvenuta elezione del premier, assume un ruolo solo formale. La seconda polizza che si sono assicurate le forze politiche è che larevoca della fiducia nel corso della legislaturapuò avvenire solo con la presentazione di una mozione motivata, la cui approvazione mostra il venir meno della maggioranza con l’effetto che diventa una pura scelta del presidente del Consiglio dimettersi o andare ad elezioni”.
Punto quest’ultimo che “incide fortemente sul potere del presidente della Repubblicache sarà tenuto allo scioglimento delle camere anche se queste manifestano un’altra maggioranza”. Vale a dire che se il governo pone la questione di fiducia su un singolo provvedimento, “l’eventuale voto contrario è totalmente ininfluente in quanto non fa cadere il governo e non obbliga alle dimissioni. E’ il premier eletto che decide se dimettersi o andare ad elezioni: se va ad elezioni si chiude la partita. Se si dimette allora c’è possibilità di una sua sostituzione. Molto pallidamente – conclude il presidente emerito – una parte del percorso può assomigliare almodello tedescoperché la mozione di sfiducia motivata indica che in Parlamento si è formata un’altra maggioranza idonea ad esprimere un governo diverso. Ma qui si arresta, perché non lo consente”.
(Adnkronos)






