Non servono grandi inchieste per capire che lo Stato, nei territori interni d’Abruzzo, appare ogni giorno più fragile. Basta entrare negli uffici della Procura di Sulmona o parlare con gli agenti della Polizia Stradale per rendersi conto che il sistema è ormai tenuto insieme da proroghe, sacrifici personali e buona volontà.
In Procura, su 18 unità previste ne restano 13, che nella realtà si riducono ulteriormente se si sommano assenze, ruoli dirottati e operatori non stabili. La metà di ciò che servirebbe per garantire un funzionamento ordinario. Eppure non si tratta di un dettaglio burocratico: dietro quei numeri si decide la capacità dello Stato di amministrare la giustizia, di rispondere ai cittadini, di far sentire presente la legalità. A fine anno, con i pensionamenti e la fine delle applicazioni temporanee, lo scenario rischia di trasformarsi in emergenza conclamata.
Lo stesso vale per le forze di polizia. La sottosezione stradale di Pratola Peligna vive da tempo una condizione che definire cronica non è esagerato: meno uomini, più chilometri, pattuglie costrette a coprire percorsi infiniti – anche oltre 150 chilometri – per garantire un minimo di presenza sulle strade. In pratica, sicurezza a intermittenza. Con turni massacranti, straordinari continui e livelli di stress che logorano chi indossa la divisa e riducono la qualità del servizio.
Ma la crisi non riguarda soltanto Sulmona e la Valle Peligna. Anche la Marsica vive un progressivo depotenziamento dei presidi di sicurezza. Il Commissariato di Pubblica Sicurezza di Avezzano si trova in una situazione ormai definitacritica: organici insufficienti, età media elevata del personale e assenza di turnover.
Il risultato è che, solo nei primi otto mesi del 2025, sono stati soppressi circa180 turni di volante, con conseguenze pesantissime sulla capacità di controllo del territorio. E qui il problema non è solo numerico, ma anche geografico e strategico: Avezzano è un crocevia naturale tra Roma, Napoli e Pescara, facilmente raggiungibile dalle principali arterie viarie e ferroviarie.
La Marsica da sola conta37 comuni e oltre 126.000 abitanti, quasi la metà della popolazione della provincia dell’Aquila. A questa mole di cittadini dovrebbe rispondere un commissariato che, nei fatti, non ha uomini a sufficienza. Tanto più che le altre forze di polizia presenti sul territorio hanno competenze limitate: la Stradale opera solo in autostrada, la Guardia di Finanza non assicura un pronto intervento continuo, la Polizia Locale chiude i servizi in serata, mentre i Carabinieri – pur fondamentali – non possono supplire alla vastità del territorio.
E come se non bastasse, la complessità sociale del territorio marsicano aumenta il carico di lavoro: comunità rom numerose, migliaia di lavoratori stranieri impiegati nel Fucino, pratiche di soggiorno e ordine pubblico da gestire quasi interamente sulle spalle del Commissariato di Avezzano.
Non a caso, il Sindacato Autonomo di Polizia (SAP) ha scelto lo slogan“Il Commissariato di P.S. di Avezzano abbandonato da tutti”per una manifestazione pubblica che si è svolta in piazza Matteotti, volta a richiamare l’attenzione delle istituzioni sulla necessità urgente di rinforzi, sostegno amministrativo e una dirigenza stabile.
La verità è che ci si sta abituando a vivere in condizioni di emergenza permanente, come se fosse normale che la giustizia lavori al 50% e che la polizia copra territori immensi con organici ridotti. Ma non c’è nulla di normale: i cittadini hanno diritto a tribunali funzionanti e commissariati operativi, non a presidi di legalità ridotti a simulacri.
Quando lo Stato arretra, i territori se ne accorgono. Lo percepiscono nei tempi più lunghi, nella presenza ridotta, nella crescente sensazione di insicurezza. E allora la domanda diventa inevitabile: fino a quando si potrà chiedere a chi lavora in Procura, in commissariato o in strada di reggere da solo il peso di carenze che non sono emergenziali, ma strutturali?
Non si può fare giustizia senza personale. Non si può fare sicurezza senza uomini e donne in divisa. Non si può continuare a trattare la legalità come un lusso riservato alle grandi città, lasciando le aree interne dell’Abruzzo a gestire da sole un vuoto che rischia di trasformarsi in vera e propria resa dello Stato.





