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HomeL'editoriale

VERRECCHIA E IL CAPOLAVORO INVISIBILE DI PERDERE SENZA PERDERE MAI DAVVERO

Massimo AlessandrinidiMassimo Alessandrini
28 Maggio 2026
inL'editoriale,Politica
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Avezzano è forse l’unica città d’Italia dove il centrodestra riesce nell’impresa di essere maggioranza assoluta nel Paese reale e minoranza cronica in municipio. Un fenomeno quasi scientifico. Alle Politiche stravince, alle Regionali dilaga, alle Europee passeggia. Poi arrivano le Comunali e, improvvisamente, si trasforma in una comitiva di reduci che guarda gli altri festeggiare. Dal dopo Floris, ormai da quattordici anni.

Ora, si potrebbe liquidare tutto con la spiegazione più semplice: Gianni Di Pangrazio è bravo. E sarebbe sciocco negarlo. In quindici anni ha costruito una macchina civica solida, personale, radicata, capace di parlare a pezzi di città che i partiti frequentano solo durante le campagne elettorali. Ha capito prima degli altri che, ad Avezzano, il simbolo pesa meno della presenza, del rapporto umano, della rete costruita nel tempo. E infatti vince.

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Ma la politica, come il pugilato, si fa sempre in due. E se uno continua a vincere indisturbato, viene il sospetto che, dall’altra parte, qualcuno abbia imparato benissimo l’arte della sconfitta controllata.

Perché contro un sindaco forte, civico, navigato e amministrativamente esperto, il centrodestra avrebbe dovuto schierare un candidato altrettanto robusto politicamente. Un cinquantenne di mestiere, uno che conoscesse le viscere della città e i meccanismi del consenso. Non necessariamente un tribuno, ma almeno una figura con peso, struttura e storia.

Invece, negli anni, il copione è stato sempre lo stesso. Prima Italo Cipollone. Poi Tiziano Genovesi, candidato leggero, più adatto alla polemica permanente che a una vera sfida amministrativa. Poi il nulla, considerando che Gabriele De Angelis, quando vinse, era espressione di una lista civica. Oggi Alessio Cesareo, uomo serio e stimato, ma estraneo alla città e spedito in trincea quasi senza copertura politica, contro un avversario che mastica campagne elettorali da vent’anni.

E qui entra in scena Massimo Verrecchia.

Perché, a questo punto, le coincidenze iniziano a essere troppe. Dal 2012 a oggi, Verrecchia è sempre stato dentro le grandi scelte strategiche del centrodestra avezzanese. E, curiosamente, dopo ogni sconfitta, lui avanza.

Dopo la débâcle del 2012 cresce politicamente e viene candidato da Filippo Piccone alla Camera dei Deputati: uno strano premio per una sconfitta. Dopo il disastro del 2020 resta uno dei pochi dirigenti davvero rafforzati. Nel frattempo consolida il suo peso in Regione come braccio destro di Marco Marsilio, pur senza essere eletto né in Regione né in municipio; attraversa senza danni guerre interne, cadute di alleati e ribaltoni locali. E oggi, dopo l’ennesima sconfitta, si ritrova ancora una volta in piedi: capogruppo regionale e consigliere eletto in una lista costruita a sua immagine e somiglianza, mentre intorno il campo si svuota.

La politica africana — che spesso sa spiegare il potere meglio dei nostri convegni — racconta una storiella semplice. Due uomini attraversano la savana quando compare un leone. Uno si mette a correre. L’altro gli urla: “Non puoi essere più veloce del leone”. E quello risponde: “Non devo essere più veloce del leone. Devo essere più veloce di te”.

Ad Avezzano è facile immaginare chi sia il leone. E qualcuno, nella corsa, è rimasto indietro; altri sono finiti direttamente nelle fauci.

Alfredo Mascigrande, re delle preferenze nella passata tornata, resta fuori dal Consiglio comunale. Tiziano Genovesi scompare definitivamente dai radar politici. Nello Simonelli resta a scrivere i post su Facebook. Mario Quaglieri, mister 12 mila voti, che dopo le Regionali sembrava destinato a diventare il federatore naturale del centrodestra marsicano, esce da questa tornata molto meno ingombrante di prima. E intanto, dentro Forza Italia, si prepara già la resa dei conti interna tra De Angelis — trascinato nella sconfitta — e Mario Babbo, primo degli eletti e da sempre contrario a una strategia considerata perdente.

E allora torna inevitabile la vecchia domanda latina: cui prodest? A chi giova?

Perché perdere può capitare. Ma perdere sempre nello stesso modo — con candidati tardivi, fragili o inesperti — rischia di assomigliare meno a un incidente e più a un metodo. Non tanto per conquistare il Comune, quanto per impedire che nasca, nel centrodestra avezzanese, un leader abbastanza forte da cambiare davvero gli equilibri. Come è successo a L’Aquila con Biondi, Santangelo, Liris, Imprudente e D’Eramo.

Del resto, un candidato vincente crea consenso proprio, costruisce una filiera, apre una nuova stagione. Un candidato sconfitto lascia spazio a chi non è stato sbranato. E in politica l’arte di sopravvivere è una forma di raffinata superiorità.

Forse il capolavoro invisibile di questa lunga stagione è proprio questo: trasformare ogni sconfitta del centrodestra avezzanese in una selezione naturale interna. Ma decidendo prima chi non deve partire e chi deve partire troppo tardi. Dopo che qualcuno è stato già messo davanti al leone.

Insomma, cadono i candidati, si consumano gli alleati, spariscono i rivali. E alla fine, puntualmente, resta sempre lui.

Chapeau.

Massimo Alessandrini

Massimo Alessandrini

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