Per alcuni giorni Avezzano è stata raccontata all’Italia come il luogo dell’orrore.
Titoli, aperture dei telegiornali, collegamenti in diretta, commenti indignati sui social. Una vicenda gravissima, che meritava attenzione e che giustamente ha mobilitato forze dell’ordine, magistratura e opinione pubblica. Ma ciò che dovrebbe far riflettere tutti è quanto accaduto nelle ore successive: prima ancora che le indagini potessero delineare un quadro completo, era già stato emesso il verdetto mediatico.
Non contro una persona soltanto. Contro un’intera comunità.
Avezzano è stata descritta come una città teatro di una brutale violenza consumata sotto gli occhi di tutti. Una città incapace di reagire. Una città simbolo di degrado e insicurezza. Eppure la realtà, come spesso accade, si è rivelata molto più complessa delle prime ricostruzioni.
Le successive attività investigative hanno fatto emergere elementi che oggi impongono prudenza. La stessa persona indicata come vittima avrebbe fornito dichiarazioni diverse rispetto a quelle che avevano alimentato il racconto iniziale. Il giudice, valutando gli atti disponibili, ha ritenuto di non ravvisare le esigenze cautelari necessarie per mantenere la custodia in carcere dell’indagato. Non significa assoluzione. Non significa che il procedimento sia concluso. Significa semplicemente che la giustizia sta facendo il proprio corso.
Esattamente ciò che avrebbe dovuto fare fin dal primo momento anche il processo mediatico.
Invece si è assistito al solito copione. Prima la sentenza televisiva, poi quella dei social network, infine quella della politica. Il tutto mentre gli atti erano ancora coperti dalle prime verifiche investigative e mentre nessun tribunale aveva ancora accertato responsabilità definitive.
Il problema non è indignarsi davanti a una presunta violenza sessuale. Sarebbe anormale il contrario. Il problema nasce quando l’indignazione sostituisce la giustizia e la presunzione di innocenza diventa un fastidioso dettaglio da aggirare.
Ancora più pericoloso è quando episodi complessi vengono immediatamente trasformati in strumenti di propaganda. Si costruiscono narrazioni perfette per alimentare paure, rabbia e contrapposizioni ideologiche. Si cerca il mostro prima ancora della verità. Si individuano colpevoli collettivi prima ancora che quelli individuali.
In questa vicenda, oltre al destino giudiziario delle persone coinvolte, c’è una domanda che dovrebbe interrogare tutti: chi restituisce oggi ad Avezzano la reputazione che è stata messa alla gogna nazionale?
Chi cancellerà le immagini, i titoli urlati, le ricostruzioni sommarie finite nelle case di milioni di italiani?
La cronaca ha il dovere di raccontare. La magistratura ha il dovere di accertare. La politica ha il dovere di mantenere equilibrio. Ma quando questi confini si confondono, il rischio è che il tribunale dell’opinione pubblica emetta condanne molto prima di quello vero.
E le sentenze mediatiche, a differenza di quelle giudiziarie, non prevedono appello.
Per questo oggi non serve schierarsi da una parte o dall’altra. Serve una cosa molto più difficile: aspettare i fatti. Perché in uno Stato di diritto la verità non nasce da un hashtag, da un titolo televisivo o da un post virale. Nasce dalle prove, dalle indagini e dalle decisioni dei tribunali.
Tutto il resto è rumore.
E troppo spesso quel rumore finisce per travolgere persone, famiglie e intere comunità che non meritano di essere processate in prima serata.





