OMAGGIO A FABRIZIO DE ANDRÈ NELL’ANNIVERSARIO DELLA SUA MORTE

Un poeta immortale

AVEZZANO – 11 Gennaio 1999: Fabrizio De Andrè muore a Milano.

La scomparsa del cantautore genovese lascia tutti orfani e il silenzio attonito è l’unico commento alla notizia della sua morte.

Ma chi era Fabrizio De Andrè, o meglio, chi è Fabrizio De Andrè, visto che la sua eredità, come quella di tutti i grandi artisti, travalica il tempo?

Una voce che accarezza l’anima e che canta gli ultimi, gli oppressi, i diseredati, “i fiori nati dal letame” e che trovano un riscatto nelle canzoni poetiche di Faber che tutti accoglie senza giudizio, ma sentendosi uomo tra gli uomini e mettendo nella sua musica tutta la forza della compassione e scoprendo nelle creature della vita e del dolore, spesso relegate ai margini della società, dei figli, “vittime di questo mondo”; un anarchico che smaschera gli atteggiamenti mistificatori del potere, fino a dire con forza “non esistono poteri buoni”; il cantore dell’amore in tutte le sue manifestazioni: dall’amore come sofferenza e sgomento, all’amore come scoperta e meraviglia, all’amore che rende consapevole l’uomo che il tempo fugge, per cui l’invito ad amare si fa più insistente; il poeta di una spiritualità anarchica, libera da schemi e convenzioni, ma profondamente umana che esalta Gesù in quanto uomo dall'”amore inumano” : “nella pietà che non cede al rancore, madre ho imparato l’amore” è la chiusa del “Testamento di Tito, canzone inserita nell’album “La Buona Novella” in cui si ripercorre, in chiave laica, la parabola umana di Maria e di Gesù. Tito è uno dei due ladroni crocifissi con Cristo, quello buono, quello che capisce il vuoto della sua vita solo quando guarda l’uomo Gesù che “rantola senza rancore” perdonando i suoi uccisori e Tito, nel vederlo morire, prova per la prima volta dolore. Tito è un uomo che conosce se stesso nell’incontro con l’uomo della croce, ma non c’è niente di mistico o divino: sono due uomini che si incontrano e si riconoscono nel destino di comune sofferenza: sono anche loro due vittime del potere e della società che non accetta il diverso.

È per questo che Faber è ancora vivo, perché il suo è un messaggio d’amore, di speranza, di perdono. In una parola… di pace!