VOTA ANTONIO #4 IL CANDIDATO NELLA TESTA – episodio 1

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di Armando Floris

AVEZZANO – Un novizio chiese al Priore: “Padre, posso fumare mentre prego?” e fu severamente redarguito.

Un altro novizio chiese al Priore: “Padre, posso pregare mentre fumo?” e fu lodato per la sua devozione.

Tutto sta nella domanda. Nessuno ha la possibilità, con la campagna elettorale, di manipolare e modificare drasticamente le idee delle persone. E non serve. Ciò che serve è disegnare la domanda giusta.
Perché il voto è, in fondo, la risposta ad una domanda. Alle comunali, per il ruolo di Consigliere, quasi sempre si tratta della domanda di un cugino. Per i futuri Sindaci, invece, è un po’ diverso.

Finalmente c’è stato il primo confronto televisivo tra i candidati a Sindaco della Città di Avezzano.

Il parere di ognuno di noi, nel valutare il dibattito, è stato influenzato dal binomio simpatia/aspettative.
Simpatia: tendiamo a considerare con più favore quello per cui già tifiamo; con gli altri siamo molto più severi.
Aspettative: se abbiamo un’aspettativa bassa su una persona ciò può essere per lui un vantaggio: può, con poco, sorprenderci in positivo. Lo sa bene lo studente che ha sempre preso quattro in italiano e, scrivendo un tema appena sufficiente, viene lodato come un novello Foscolo.

Cerchiamo di capire insieme le strategie di comunicazione dei candidati: non parlo dei dettagli (slogan, manifesti, comitati elettorali) ma del posizionamento e cioè la risposta alla domanda: come vuole essere percepito nella nostra testa? Iniziamo da tre di essi.

Di Pangrazio sta sul carro. Vi è mai capitato di restare fuori da una discoteca per quaranta minuti in attesa di poter entrare? Una fila lunga lascia pensare che, in quel locale, vi sia tanta gente e che sia un posto in cui ci si diverte.
È un po’ come la pubblicità che promuove “l’auto più venduta in Europa”. Non a caso si dice “vince chi appare vittorioso”. L’opinione pubblica funziona più o meno allo stesso modo: se tutti dicono che lui vince, forse vince davvero!

Si chiama effetto “Bandwagon” ma ad Harvard lo denominano effetto Cristina all’ingresso del locale: con le liste entrate, altrimenti rimanete fuori!
Il Bandwagon è il carro che porta la banda in parata, crea una tendenza, decide quali pezzi suonare e tutti lo seguono. In politica si dice che detta l’agenda.
Un candidato deve presentarsi sicuro di sé, della forza della sua squadra. Funziona quasi sempre.
Quando non funziona? Quando la forza viene percepita come arroganza. E qui sta il rischio.
Il tallone d’Achille della candidatura di Gianni Di Pangrazio, l’altra volta, non fu la sua arroganza percepita.
Fu il peso arrogante del solito “cerchio tragico” che spesso si forma attorno ai primi cittadini e ne determina la non accessibilità.
Quando il Sindaco, impegnato in mille cose, non si rende conto di essere circondato da una “corte dei miracoli”, che lo adorano come un cantante neomelodico nei matrimoni napoletani, diviene più lontano. E se ne accorge solo quando quella corte sta già saltando sul carro del nuovo vincitore, per contribuire in modo importante anche alla sua caduta.
Le persone intelligenti fanno tesoro degli errori.
Nelle ultime elezioni, Di Pangrazio, aveva fatto di tutto per avere vicino quelli del cerchio tragico. Questa volta lo schema sembra un altro. Meno potere, più accessibilità.
Ma torniamo al confronto televisivo.
Alla domanda del giornalista “Lei è il nuovo?”, ha risposto: no, sono un Restyling!

Babbo sta sotto il cane. Contrapposta a quella appena evidenziata c’è la strategia dell’inseguitore. Quelli che studiano, la definiscono tecnicamente Underdog. È colui che sta dietro o sotto. È una scelta ponderata: non detta l’agenda né i temi e attende l’ultima curva per il sorpasso. Può trionfare quando scatta la simpatia per l’uomo fuori dagli schemi, che ha costruito una coalizione lontana dai giochetti ed in libertà. Dove c’è un potere, c’è sempre un contropotere e una spinta al ricambio. In questo caso, dato il momento particolare, è probabile che gli elettori non cercheranno la novità in quanto tale ma un modo diverso di guidare la nave nella tempesta.
Mario Babbo, segue costantemente ma rimane, per ora, sotto il cane. È uno dei pochi, ad esempio, a non annunciare la sua vittoria al primo turno. Ed è una scelta intelligente come quella di trattare temi meno sentiti da un punto di vista emozionale ma più determinanti nella vita della Città.
Unico problema, a causa delle sei liste, è trovare un cane di grossa taglia che possa garantirgli di non essere visto.
Alla domanda: “Lei sta insieme al PD?” ha risposto “Ci stiamo frequentando”.

Genovesi, balla coi social. Il candidato a Sindaco della Lega non convincerà facilmente elettori non di area. Ma gli serve al primo turno? Forse no.
La sua strategia, non punta sulla persuasione ma sulla mobilitazione.
Non mira cioè a convincere l’indeciso ma a mobilitare l’elettore di centrodestra confuso dalla confusione del centrodestra avezzanese.
Questa modalità di campagna elettorale nasce con i social e, non a caso, le polemiche di questi giorni, partono tutte da lì.
Prima, le campagne elettorali si vincevano occupando il centro e conquistando il moderato indeciso.
Nel ballottaggio ciò è ancora fondamentale ma, al primo turno, no.
Le elezioni odierne e la società tutta sono state influenzate molto dal mondo virtuale nel quale siamo immersi per ore.
D’altra parte, sui social non esiste il moderato e se esiste, raramente crea opinione.
Su facebook, spesso, il buon senso se ne sta nascosto per paura del senso comune.
Trovate invece nuclei di singoli, spesso arrabbiati e ancora di più lo sono quando qualcuno dice loro che non devono esserlo. Tante nicchie, tanti estremismi, da collegare come in un flipper richiamando ognuno di loro, grazie all’algoritmo, in base ai suoi gusti, alle sue preoccupazioni, a quello che lo fa divertire.
La comunicazione via social non deve far ragionare.
Il mezzo condiziona: strutturare un ragionamento su facebook è come spiegare le disequazioni ad un concerto dei Village People. Ci si può provare ma è difficile!
Su facebook devi ingaggiare, canalizzare passioni, far ballare insieme rabbia e svago. Se provi a dire una cosa intelligente o minimamente complessa rischi di passare come un guastafeste. Ma questo non significa che i temi siano tutti artificiali.
Per arrivare a destinazione il messaggio deve essere semplice come il commento di risposta allo stesso, deve individuare un nemico, andare su argomenti sentiti veramente, non sprecare mai una crisi, intercettare la frustrazione da perdita di sovranità e scivolamento nello stile di vita. Deve evitare toni saccenti: come quello che sto utilizzando ora.
A ben guardare, tali argomenti, erano presenti nell’intervento televisivo di Tiziano Genovesi teso a creare un solco tra il prima e il dopo, tra coloro che si sentono migliori e coloro che si sentono esclusi.
Il candidato del centrodestra cerca di “Cavalcare la tigre” con un approccio volto a guadagnare terreno riconquistando l’area di appartenenza politica. Riprende le modalità di comunicazione della più efficace macchina da propaganda ideata negli ultimi dieci anni. Quella della Lega, non a caso denominata dagli stessi leghisti “La bestia”.
Chi cavalca la tigre, tuttavia, deve ricordare però che, prima o poi, deve scendere. E fare i conti con quel micione. Da gestire, la vicenda del Like in un commento contro i migranti. Brutta storia.
Tiziano sostiene che sia stato posto da un collaboratore. Personalmente tendo a credergli, perché è lo stesso collaboratore che metteva i like di Genovesi ai commenti contro Genovesi. Se è razzismo, allora è anche autorazzismo: si sente talmente superiore a sé stesso da considerare il suo precedente post inferiore. Postateli a casa vostra! Non c’è Post per tutti qui in Italia!
Alla domanda “Lei è stato imposto dall’Aquila?” ha risposto “No”. “Ne è davvero sicuro?” “Offrechete!”

Alla prossima puntata. Con le risposte, leggermente riviste, degli altri candidati.

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